(Solo alcune impressioni dalla discussione tra di noi e per il ns gruppo cultura)

Innanzitutto la stanchezza per la competizione –rozza e semplicistica- a chi è più di “sinistra”, condivido allora di Nicoletta la “critica nei confronti di quelle sinistre che ancora non hanno prodotto una idea politica unitaria, che non riescono a guardare con sguardo lucido alla situazione storico politica dell’Italia e dell’Europa”. C’è infatti una precisa responsabilità nostra nella situazione attuale, perchè la sinistra se non fosse frammentata avrebbe la maggioranza in questo paese …questa della divisione è una malattia micidiale della sinistra…quindi tutti quelli che hanno anteposto o antepongono all’esigenza di unità il proprio particolare e parziale punto di vista, (è parziale il tema della laicità, è parziale la questione delle appartenenze “storiche” tipo DS o Margherita) o la propria storia (fatta anche di “vocazioni” scissioniste…o come dice Salvo “minoritarie”) tutti questi hanno parte di questa responsabilità distruttrice, sono eredi di questo spirito malato di divisione …e quando si richiamano tardivamente al passato per definire una identità riconoscibile –a un passato il cui patrimonio hanno contribuito però a dilapidare e a non trasmettere ai posteri- non so se si riferiscono alle divisioni drammatiche del passato piuttosto che allo spessore e alle unità popolari di allora..Se l’ipotesi su cui nasce il PD è riprendere invece la “sfida interrotta” di Moro e Berlinguer, unire le anime popolari, riformatrici e democratiche dell’Italia alla luce delle nuove grandi sfide che lo sviluppo del capitalismo globalizzato pone oggi, per una sintesi nuova occorre una cultura che veramente abbia abbattuto i muri, che non si rifaccia al vecchio metodo della conta dei voti o ai vecchi schemi ma consideri la diversità come una ricchezza, che rifonda insieme le diversità non in una semplice sommatoria di forze- tenute insieme solo dalla necessità di governare- ma in una visione nuova di lungo termine. Questa non facile elaborazione, questa cultura nuova, permetterebbe di superare anche la vecchia malattia della divisione che affligge da sempre la sinistra…(Maggio 1968: “Fate la somma dei vostri rancori e vergognatevi”!!) . In questo senso, per la costruzione del partito nuovo, è la cultura, la capacità di elaborazione di una mentalità nuova, che fa la differenza.
Cos’è che d’altronde ha creato unità di popolo nei vecchi partiti di massa del ‘900? Cos’è che fa rimpiangere -a tutti- uomini come Enrico Berlinguer o Aldo Moro? quel “qualcosa in più” di Enrico è, io penso, lo sguardo profetico che va al di là del tempo, che prefigura un futuro che magari sembra al momento impossibile, ma che invece è necessario e incontra il bisogno più profondo di tanta gente, ed è quello il senso più vasto della questione morale, un bisogno di civiltà e democrazia che diventa slancio collettivo, e la capacità di raccogliere e organizzare questo slancio di popolo. Questa capacità di creare unità di popolo è ciò di cui oggi abbiamo bisogno, abbiamo infatti bisogno soprattutto di unità.. (Scrive a questo proposito Reichlin sull'attualità del pensiero politico di Berlinguer e sulla "seconda rivoluzione democratica": ." Perché allora parliamo ancora di Enrico Berlinguer? Sostanzialmente, io credo, perché nella sua opera c’è ancora qualcosa di politicamente operante. Questo qualcosa – per dirla in breve e per usare il suo lessico - io credo sia il bisogno oggettivo di un pensiero più lungo che non si affidi a una nuova filosofia della storia ma sia però capace di leggere la nuova struttura del mondo che resta in gran parte sconosciuta alle mappe di cui disponiamo. A. Reichlin L’Unità 10 giugno 2009 "Enrico Berlinguer, come immaginare una nuova democrazia in un'Italia diversa" )

Il secondo motivo di disagio in questa campagna congressuale oltre allo spirito di divisione e scissione (così pericoloso che a un certo punto ha provocato anche in me stanchezza e noia e voglia di andarmene!) è la sensazione di precarietà, anche questo un dato culturale che sembra a rimorchio dell’esistente invece di indicarne la trasformazione possibile. Sappiamo che la precarietà del lavoro nel mondo globalizzato (e da noi in Italia) produce una insicurezza e un senso di “paura liquida” come la sintetizza Bauman. Ma il partito (come l’ho conosciuto io in altri tempi) dev’essere lo strumento che collettivamente abbiamo per opporci alle ingiustizie e storture del mondo. Quindi su questo non deve limitarsi a lottare per la assunzione dei precari o per la quantità dei contratti o dei livelli salariali, ma deve anche dare il riferimento, l’idea della stabilità, che può solo essere fondata su un retroterra culturale solido . E in questo senso un partito che cambia continuamente segretario e dirigenti, o meglio che fa continuamente fuori i suoi dirigenti, che è litigioso e occupato dalle diatribe interne o da piccole lotte di potere, appare solo il riflesso impoverito di questo spirito di mutevolezza e precarietà proprio del capitalismo moderno, e come tale è poco interessante per tutti. A fronte della mutevolezza e instabilità, del senso di provvisorio vivere alla giornata della cosiddetta seconda repubblica e generalmente della nostra “modernità”, un partito nuovo deve opporre una propria visione nel tempo lungo, un modello di società alternativo, che solo una politica culturale unitaria e solida, forte del proprio retroterra storico e della propria rielaborazione originale, può dare. Su questo si dovevano riagganciare gli intellettuali, gli artisti, i cineasti, i ricercatori, i filosofi, perché il loro ruolo e’-gramscianamente-fondante nella creazione del partito, della sua capacità di porsi in relazione egemonica con tutta la società nazionale. E l’egemonia non è una questione di alleanze o di schieramenti, è una questione di cultura, di cambiamento delle coscienze. E in questo senso anche la stessa diatriba partito solido-partito liquido dà la stessa disagevole impressione di fluidità, perché la solidità-anche qui- non è data da questioni tecniche ma di contenuto, è data da una diversa qualità, da una diversa cultura politica, e quella non si crea con le leggi o i regolamenti interni…allo stesso modo in cui la militanza politica non è data dalla tessera ma dalla motivazione e “spinta propulsiva” di ciascuno. In questo senso sono d’accordo con chi dice che la “solidità” è sì un valore alternativo, ma diverso dal tornare a schemi del secolo scorso..

Il terzo punto di irrisolto disagio è proprio questo, che si antepone la quantità alla qualità. Noi non dobbiamo basarci solo su parametri quantitativi nella critica a questo modello di sviluppo, ma dobbiamo rifarci anche a parametri qualitativi che nel rilanciare lo sviluppo lo rinnovino.
Abbiamo detto tante volte che la semplificazione,la banalizzazione di ogni cosa, lo svuotamento dei contenuti di tutto, è caratteristica del “mostro mite”: e’ azzerata ogni analisi teorica della società, la politica è ridotta a polemiche personalistiche o di potere su elementi marginali o formali e nessun contenuto fondamentale, la scienza è ridotta a tecnicismo formale, ad arida o inutile specializzazione, ogni cosa umana ridotta a strumento, viene così azzerato ogni fascino, ogni mistero, ogni stupore, ogni attrazione delle cose della vita. Facile poi così tagliare sulla cultura, (scuola ricerca arte spettacolo beni culturali) considerata come inutile in questa ottica..oltre che pericolosa naturalmente per il potere del “mostro”.
La non neutralità della scienza, (di cui la generazione del ’68 –ultima, purtroppo..- fece una propria bandiera assieme al valore della cultura), conservava anche per questo il fascino e la poesia della conoscenza, fonte di slancio perché tutto era messo al servizio dell’uomo.
E’ stata proposta invece come modello nel nuovo secolo una presunta modernità in cui non trovano posto né la solidarietà verso gli altri né il senso del pudore.., sembrano cominciati così i tempi del trionfo dell’alienazione (“capitalista”) in cui non c’è più posto per gli uomini ma solo per le cose….come quella bomba N che distrugge “solo” ciò che è vivo, lasciando intatti gli oggetti.
Ed è questa tendenza che una politica culturale alternativa deve contrastare, in ogni campo…una politica culturale alternativa non dovrà concentrarsi su elementi parziali ma ribadire punto per punto la propria concezione di una diversa umanità.
Infatti la "spinta propulsiva" che ha fatto nascere e crescere il partito democratico –l’ipotesi di raccogliere e rimescolare le culture ed i valori fondanti delle ideologie del 900, libertà ed uguaglianza, libertà e giustizia sociale, per dar vita ad una formazione nuova che affronti i problemi della modernità- si rivela anche l’unica capace di dare un futuro anche all’ Europa che invece ora arretra, prigioniera dei suoi vecchi schemi (mentre invece avrebbe un ruolo essenziale da giocare nella crisi del mondo globalizzato!) Proprio in Europa –e in Italia, cuore del Mediterraneo- viviamo una nuova epoca di oscurantismo… sembra questa la "moderna barbarie" preconizzata da Enrico Berlinguer se fosse fallita la "seconda rivoluzione democratica"... . Quella che tutti gli avversari ci contestavano come una debolezza-le diverse anime, la lentezza del loro amalgamarsi, (anziché prestare il fianco a dar loro ragione!) dovrebbe mostrare proprio ora la sua forza e potenzialità: dar vita a un partito democratico europeo, dare un respiro internazionale al progetto del PD. l’Italia infatti può essere “un ponte lanciato sul Mediterraneo”, puo’ svolgere questo ruolo di ponte, in Europa e verso il terzo mondo: il nostro paese, proiettato sul mare, unico in Europa ad essere interessato al Mediterraneo ad est e ad ovest, terra di scambi ed incroci, terra di confine tra oriente ed occidente, può svolgere un ruolo di collegamento, ma solo se ha una visione strategica, se rilancia lo sviluppo, se ha un’apertura culturale... Non è solo sui tagli-certo alla ricerca sulle materie prime, sui materiali industriali, alla formazione e la scuola e l’Università, ai beni culturali e allo spettacolo, alla musica e al cinema- che bisogna opporsi, bensì ribadire anche l’obiettivo di trasformare la povertà di risorse e materie prime in una potenziale ricchezza, puntando sulla conoscenza, sulla qualità, sull’eccellenza, sulla creatività e le risorse umane. E non è solo sui temi etici che bisogna impantanarsi, ma bisogna piuttosto considerare tutto il sistema di valori, tutti alternativi al “mostro mite” che ispirano l’arte, le arti figurative, quelle dello spettacolo e la letteratura, la critica , la teoria, tutto il mondo della conoscenza.
Dobbiamo rilanciare cioè la cultura che è aggregazione, che è una mentalità diversa e diversi costumi e rapporti con gli altri, (l'unità pacifica dei più -e non la falsa protezione delle ronde squadriste o dei respingimenti dei disperati che chiedono asilo- ha già sconfitto passate strategie della tensione) perche la città è più sicura quando c'è una estate romana o una notte bianca, che quando ci sono le ronde o gli squadristi!, perche’ deprimere la cultura è deprimere la nostra vita comune. E rilanciare la cultura che è alternativa alla crisi, che è opposizione alla vigliaccheria e all’indifferentismo, strumento di dialogo e democrazia perchè e’ dalle idee che nasce il cambiamento, sono le idee che muovono il mondo: questo di recuperare “il senso di una grande missione collettiva” è il compito di una politica culturale nuova che coinvolga non tanto i vecchi funzionari di partito quanto chi lavora “sul campo”. Come le parole di Victor Hugo impresse all’ingresso della Sorbona: “Aprire una scuola è chiudere una prigione”….

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