1) Un commento sulla politica nazionale attuale

Le occasioni di dibattito ed il confronto tra le parti politiche, attualmente investono una molteplicità di argomenti, a partire dalla questione economica, così anche le varie questioni etiche, il federalismo, ecc.
Io invece vorrei porre l’accento su una questione ancora poco dibattuta e, soprattutto, non ancora corredata e sostenuta sia da un vivo dibattito culturale sulla questione, oltre che a non essere dotata di una serie di altri elementi e strumenti che la porterebbero a conoscenza dei più. L’errore che spesso fa la politica è di accentrare il dibattito e la questione che vorrei porre ne è uno dei tanti esempi.
Accentrare la politica significa sì dirigerla, come è giusto e logico, ma è altrettanto ingiusto ed illogico che la politica “centrale” non attinga dalle pulsioni, ai fermenti e, spesso, alle proposte concrete che vengono dai territori. La mia esperienza di amministratore comunale mi ha portato a vedere che quest’ultimi, “i territori”, ma anche gli amministratori che li rappresentano (ai vali livelli piccoli-medi) molto spesso hanno idee più innovative e coraggiose dei “sistemi centrali della politica”. Se le due entità, il “centro della politica” e la “periferia della politica” non dialogano e trovano intese comuni, la politica stessa si inflette su se stessa.
Eppoi a mio parere vige anche un assioma che credo di aver verificato:
“l’amministratore locale talvolta conosce meglio il territorio dove vive ed opera e se ne fa carico, ma non sempre la politica di livello superiore si fa carico del territorio…”
Detto questo darei qualche dato.
L’Italia è il paese delle micro-città. Non ha ancora aree metropolitane vere e proprie.
Se vogliamo definire Milano, Roma, Napoli e le altre maggiori città d’Italia, “città metropolitane” allora chiamiamole così.
Ma esse sono solo degli “intorni metropolitani”.
Sono chiamate talvolta aree metropolitane, nel senso che le loro dimensioni sono tali. Ma le città Italiane, nessuna di esse, è una città metropolitana.
2 fattori non hanno favorito questo processo che ci farebbe diventare un paese moderno.
a. Il numero elevato dei comuni (8.300 ca) che con i loro campanili ostacolano il processo di integrazione ed unione, quando una struttura fisico-politica come la nostra ne avrebbe bisogno al massimo di 2000-2500.
b. Il ritardo delle nostre infrastrutture, in particolare quelle che riguardano la mobilità ed il trasporto, sia delle merci che delle persone.
Riguardo al primo punto l’aggregazione dei piccoli comuni, consentirebbe di organizzarli meglio secondo standard di servizi minimi e favorirebbe il risparmio nei bilanci. Dall’altro lato un comune di 2-3000, ma anche di 5-6000 abitanti, che si chiude e non dialoga con il proprio intorno non solo ha poche probabilità di sopravvivere, ma rischia, soprattutto sulle grandi questioni, di remare controcorrente e frapporsi ai territori, invece che farne parte.
Isolare la propria politica, alla fine, non corrisponde agli interessi veri degli elettori, che chiedono sempre e maggiormente: benessere, servizi ed attrezzature. E questi tre obiettivi si possono raggiungere solo con le unioni dei comuni.
E questa prima questione dei piccoli comuni credo ci possa far capire che, se alla base dell’evoluzione istituzionale manca la cellula viva che tiene uniti i “land” i territori, come può essere possibile un equilibrio più generale, addirittura nazionale?
E qui intervengo sull’altra questione.
Infrastrutture e trasporti.
Non ci può essere area metropolitana nel senso reale del termine se non esiste un sistema della mobilità completo ed efficiente, con grandi nodi di interscambio, che consentano alle persone di spostarsi e raggiungere anche grandi distanze in poco tempo.
Un esempio tra tanti che mi viene in mente è sugli aeroporti, questione ampiamente dibattuta qualche tempo fa ed ora tralasciata per affrontare altre questioni.
Un hub, ossia un fulcro, un nodo primario, chiamiamolo come vogliamo, non è tale se non ha la metropolitana (interrata o di superficie) e se non interscambia direttamente e velocemente con la città principale di riferimento e, attraverso questa, con il sistema regionale-nazionale.
Milano e Malpensa, tanto per intenderci.
Quell’aeroporto può diventare un hub? Sì se si ha un progetto generale che lo leghi a Milano, all’alta Italia ed a Roma. Un sistema aeroportuale che funziona ha un dialogo quotidiano ed efficiente tra hubs e nodi. Questo avviene sia in Francia, che adottano un sistema radiale, sia in Germania, che invece a adottano un sistema policentrico. In Italia non abbiamo né l’uno nell’altro. Abbiamo oltre 100 aeroporti in un land di 280.00 kmq, quando ne basterebbero 1/3.
Serve poco adesso fare due conti e pensare che il risparmio sulle costruzioni di una sessantina di aeroporti, oltre al risparmio sulle opere correlate, avrebbe consentito all’Italia di avere già completata la SA-RC, il Ponte sullo Stretto, e l’Alta Velocità (almeno in parte, dal momento che è l’opera più costosa).
Basterebbe farsi dare i dati dal ministero dei trasporti-infrastrutture sui costi degli aeroporti, moltiplicare per 2 per i costi correlati indicizzati in 10 anni, e la cifra che ne uscirebbe sarebbe di svariati miliadri di euro. Qualche decina certamente. Molte decine.
L’Italia ha solamente 16.300 km di ferrovie, il 60% circa delle quali a binario unico.
Gli altri paesi europei delle dimensioni del nostro ne hanno più del doppio e per la maggior parte ad alta velocità. Spagna e Germania si equivalgono, la Francia ne ha meno per la sua intelligente scelta di strutturarsi su un nodale primario e su poche ed efficienti direttrici. Noi siamo più simili alle altre due. Anzi l’Italia è ancora più complessa. Basti pensare al delta termico tra Cortina e Taormina ed alla forte caratterizzazione regionale. Che oltre che politico-culturale è anche fisica.
Un piano generale nazionale vero ed ampiamente dibattuto ed accettato da tutte le regioni a grande maggioranza, darebbe grande motore al nostro paese, alle opere pubbliche, agli investimenti, all’occupazione, e quindi al benessere generale.
Oltre che a farlo evolvere politicamente verso la modernità di cui ha tanto bisogno.

2) Un progetto al quale sto lavorando

Radicare la politica sui territori attraverso progetti comuni, condivisi indipendentemente dall’appartenenza politica, e portare la ricerca universitaria sui land, cioè sul territorio.
Le strategie di livello superiore spesso si basano su matrici vecchie e poco aggiornate, che non tengono conto dell’evoluzione dei territori e dei dati a cui riferirsi. Come è avvenuto e sta avvenendo nel Veneto, per esempio, l’evoluzione infrastrutturale e la vivacità progettuale sta facendo progredire il dibattito politico ed elevando l’interesse dei territori contermini. Il Veneto pertanto, porta a oriente dell’Italia, catino della pianura padana, ma anche hub transnazionale (pensiamo al corridoio 8 oltre che al corridoio 5) ha una serie di indicatori che fanno pensare che la sua dinamicità si protrarrà per lungo tempo, se non diventare assolutamente stabile (e tutti ce lo auguriamo) e continuare ad essere “motore” per l’Italia.
La complessità e la varietà dei land investiti da questo processo evolutivo impongono una particolare attenzione per operare in un territorio già ampiamente ferito, ma ancora ricco di opportunità ambientali. E proprio la legge urbanistica fondamentale 11 del 2004, presa a spunto dalla Toscana, applicata con celerità dai friulani, ora nel Veneto si sta traducendo in scelte operative concrete ed ampie, che hanno un occhio nuovo verso i land. Basti pensare che non esistono più i PRGC, ossia i piani regolari generali comunali, ma ci sono i P.A.T. ossia i piani di assetto del territorio, strumento che fissa gli obiettivi generali e strategici, e poi i P.A.T.I. ossia i piani di assetto territoriale intercomunale (che sostituiscono i PRG) e il P.I. il piano degli interventi (chiamato “del sindaco”) che darà potere alle idee ed all’operatività locale.
La ricerca mirata sul territorio, su temi che lo investono, ci sembra un buon metodo per procedere alla sua conoscenza più approfondita ed aiutare gli amministratori a trovare le soluzioni ai problemi o alle carenze riscontrate.
Per poter fare questo sto definendo la convenzione tra IUAV (Istituto Universitario di Architettura di Venezia) ed alcuni comuni della bassa padovana (sette) per 2 assegni di ricerca mirati sul territorio.
E per ottenere questo primo obiettivo c’è voluto un lungo e serio lavoro, che speriamo ora si concretizzi nella ratificazione della convenzione università-comuni in tutti i consigli comunali.

3) politica e internet

Su questo argomento si sta dibattendo e scrivendo molto. Al di là delle questioni di dettaglio, io esprimerei un pensiero più generale, ambizioso e che vorrebbe essere o diventare un sillogismo.

Comunicare di più ci evolve
Evolversi è comunicare meglio in modo efficace e condiviso
Comunicare meglio è essere efficaci e condivisi

Stefano Saoncella

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