Io vorrei che discutessimo del sistema ricerca e formazione universitaria cercando innanzitutto di chiarire il quadro sociale in cui si svolge. Provo, e scusate se mi dilungo, a postare una breve storia dell’università italiana – dilettantesca perché non sono uno storico ma non voglio essere accurato, voglio provare ad impostare un dibattito su un tono diverso. Perché essere democratici significa innanzitutto avere l’ambizione di poter decidere democraticamente su argomenti complessi nei quali, tranne pochi esperti, siamo tutti dilettanti. Spero sarete indulgenti sui dettagli, e mi correggerete se vado proprio fuori strada. Il file è qui. Per chi si annoia a leggere tutto passo direttamente alle domande politiche:

Le domande politiche sull’università. Ovviamente c’è una soluzione semplice che come partito democratico non credo possiamo condividere: rinunciare a dare una formazione superiore al 30% della forza lavoro e concentrare le risorse sul 10%. Non credo sia una politica democratica, non credo aiuterebbe lo sviluppo del paese. Questa idea, che serpeggia ed è stata fatta propria dall’UDC in campagna elettorale (“introduciamo il numero chiuso in tutte le facoltà”) non credo sia giusta. Tuttavia dei problemi dobbiamo porceli, o almeno io me li pongo:
1) Al di là dei malfunzionamenti temporanei, compreso il taglio di quest’anno, è un’impostazione corretta localizzare l’università e dare autonomia agli atenei? O è meglio il centralismo statale pianificatore?
2) Come conciliare università popolare ed eccellenze? Lasciando fare al libero mercato e sperando che le eccellenze sorgano spontanee come si è fatto finora? Oppure dividere gli atenei in due categorie distinte, tipo la distinzione anglosassone fra “college” per la formazione diffusa di base con poca ricerca e “university” per gli atenei che intricano formazione e ricerca per finanziarli separatamente?
3) E’ giusto o è un’illusione dare un titolo universitario, e quindi una promessa di promozione sociale, ad un numero così ampio di persone (il “tutti dottori dopo tre anni”) che quindi necessariamente dovranno poi lavorare in ruoli intermedi? O bisognerebbe rafforzare la formazione professionale con altri canali (corsi regionali, specializzazioni offerte dalle scuole superiori) e lasciare all’università solo la formazione dei quadri? O forse si dovrebbe abolire il valore legale del titolo?

Per completezza. Le 10 proposte del PD per l’università sembrano indicare una specie di neocentralismo moderato. Ad esempio i finanziamenti non sono più solo decisi dal numero di studenti (che premia le logiche locali) “ma anche” dalla ricerca (si indica un approssimativo 20%) e da una quota solidale per riequilibrare i vari territori (si indica il 10%). Analogo discorso per i concorsi che sono un misto locale/nazionale con quota minima obbligatoria di vincitori “esterni”, e per la distribuzione dei posti che devono rispettare criteri nazionali di proporzioni fra ricercatori, associati e ordinari. Insomma una serie di correttivi decisi a livello centrale, lasciando la governance al livello locale (“il rettore è elettivo”). La riforma governativa si è detto spesso che non è una riforma, si limita a strangolare finanziariamente l’università pubblica. Volendo capire cosa ci sia dietro, e badando più alle parole che ai fatti, sembra che si orienti verso il modello di due tipi di università, quelle da premiare e quelle mettere in secondo piano, seguendo l’altra idea che bisogna concentrare le risorse in poche sedi, ma senza cancellare le altre. Almeno per ora.


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Risposte a questa discussione

Le proposte del PD sono interessanti am insufficienti. Come la riforma che il governo sta per varare. Dovremmo poi confrontare quello proposto dal PD con la riforma governativa ed uscire con una proposta che prenda il meglio delle due.

Io riformerei lo scheletro dell'Università a livello di corsi di laurea.

  • Medicina e Chirurgia, Giurisprudenza ed Economia: Laurea di 6 anni, Specializzazione di 4 anni e Dottorato di 5 anni;
  • Maggiori convenzioni e collaborazioni tra Università e Lavoro;
  • Sostituire le altre lauree triennali e farle diventare quadriennali;
  • Laurea Specialistica di 3 anni e Dottorato di 5 anni facoltativi per le lauree quadriennali.

Matteo temo che stravolgimenti simili siano poco digeribili da un sistema hce sta già in affanno per attuare l'enorme cumulo di riforme piccole e grandi che tutti si affrettano a rovesciare addosso all'istruzione. Comunque capisco la logica di estendere la durata degli studi universitari per valorizzarli (credo). Riporto una notizia -- non che serva a molto ripeterla qui ma hai visto mai. Bersani a luglio 2011, nella riunione a Roma sull'università, dise che per i dettagli tecnici rimandava ai lavori delle commissioni (coniando uno dei bersanemi: "non voglio portare l'acqua al mare") ma che prendeva tre impegni metodologici, che secondo lui dovrebbero stare alla base di ogni riforma:

1) Non si fanno riforme "contro" gli addetti al settore da riformare.

Mio commento: si era in pieno attacco al fannullismo e familismo dei professori universitari, e si è continuato con vari ministri montiani che parlavano di "fuori corso sfigati". Una riforma non è uno strumento disciplinare,ma una visione di sistema.

 

2) Le riforme si fanno con una maggioranza ampia, altriemnti alla legislatura successiva sono cancellate d oscillazioni di pochi deputati.

Mio commento: è opinione diffusa che il succedersi a ripetizione di riforme provoca disorietnamento, ed anche impossibilità di valutare l'impatto delle riforme, impedisce agli attori di pianificare interventi di ampio respiro.

3) Le riforme si fanno separatamente dalla razionalizzazione economica del settore, quindi no a riforme "per fare cassa".

Mio commento: è pericoloso anche il contrario, fare riforme che funzionano solo in presenza di risorse abbondanti (a mio parere la riforma Berlinguer era basata sull'assunto che avremmo raddoppiato la spesa per R&S. Naturalmente la riforma Gelimini ha come obiettivo il drastico ridimensionamento del perimetro dell'università pubblica, che può essere anche legittimo (non sono d'accordo, ma non criminalizzo l'idea), ma non è corretto che sia il criterio portante di una riforma istituzionale.

 

Io sono cartesianamente d'accordo all'idea di privilegiare il metodo ai contenuti (in questa fase pre-elettorale). O no?

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